Villa Farnese di Caprarola

Il Rinascimento in tutto il suo splendore

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Palazzo Farnese Caprarola

GPS

42.328584707329, 12.237154112304

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Esiste una zona della Tuscia costellata di dimore storiche e di Ville, tra queste, due del tardo Rinascimento Italiano, Villa Farnese di Caprarola e Villa Lante a Bagnaia, diverse una dall’altra. Parlo dell’area dei Monti Cimini, che, con i suoi colli verdi costituiscono un fondale naturalistico perfetto ai palazzi, ai giardini ed alle piccole città in cui s’inseriscono.

Villa Farnese di Caprarola.

Villa Farnese di Caprarola era la Villa suburbana del Gran cardinal Alessandro (1520-1589), uno dei cardinali più ricchi della Corte Pontificia, in grado di finanziare oltre le opere religiose pubbliche e secolari a Roma, anche quelle fuori l’Urbe, nelle terre di famiglia in Tuscia, e così anche a Caprarola.

Caprarola era il luogo perfetto dove costruire la villa, perché c’erano già le basi della vecchia rocca pentagonale con la corte circolare, fatta costruire ancora dal nonno del cardinal Alessandro, papa Paolo III nel 1530, e disegnata niente di meno che dal Sangallo in collaborazione del Peruzzi. Così si poteva sfruttare la vecchia fortezza per la trasformarla in un sontuoso palazzo, edificio di rappresentanza e di passatempo, mantenendo l’architettura militare.

Nel suo insieme, la villa consiste in opere grandiose, di un palazzo a piani, dei Giardini bassi e dei Giardini alti a terrazze con ninfee e fontane, sculture e la casina del piacere.

Che tutte queste opere furono realizzate sotto l’insegna del Farnese, non lo scorderai mai, perché, ogni opera è disseminata di Gigli Farnesiani, lo stemma della casata. Dove giri lo sguardo, vedi i Gigli, ti entrano nella mente in modo indelebile, ma si sa, la pubblicità non è un prodotto della nostra epoca e il cardinal Farnese era esperto in materia.

Caprarola era anche un punto strategico per i Farnese, a metà strada tra Roma e Viterbo, c’era inoltre acqua in abbondanza, che sarebbe stata fatta arrivare con l’ampliamento di un tunnel sotterraneo di epoca etrusca alla villa, dal vicino lago di Vico. Intorno, i boschi freschi, pieni di selvaggina, di cui il cardinal Alessandro era ghiotto.

Fu così che prese inizio il cantiere del nuovo edificio, guidato dal grande prospettico qual’era, Jacopo Barozzi da Vignola (1507-1573) su commissione del Gran cardinal Farnese (1520-1589), nipote di papa Paolo III, nel 1550. Il cardinale era sui suoi quarant’anni, sulle sue spalle pesava la responsabilità di portare avanti e di difendere gli interessi dei Farnese, che, come scrive Firpo, “…non coincideva sempre con gli interessi dello Stato della Chiesa”.

I lavori di costruzione dell’alzato venivano minuziosamente controllati dal fratello del Vignola, ottenendo una estrema precisione dei dettagli, e portati a termine in ventisette anni, dai sotterranei agli altri quattro piani.

Il nostro percorso porterà a scoprire l’architettura (1550-1575) di questa famosa opera del Rinascimento Italiano, oltre gli affreschi (1560-1583) di cui parlerò più avanti.

Vi ricordo che il palazzo conserva la forma della vecchia fortezza pentagonale, quindi l’architettura militare, e la corte a cerchio alla quale guardavano con ammirazione tutti gli architetti dell’epoca, non parlando dei signori che gareggiavano nella costruzione di ville e giardini.

Di grande interesse la famosa la scala ad elica su pianta a cerchio, la Scala Regia, ammirata, come tutto il resto del palazzo, dai contemporanei e che costituiva un argomento architettonico che destava interesse in epoca rinascimentale, ossia la scala a chiocciola chiusa in un cilindro.

Se l’idea della nostra “scala Farnesina” di Caprarola si ispirò, si ritiene, su quella bramantesca al Vaticano, rappresentava una novità, perché fu interamente affrescata, e utilizzata a scopi di rappresentanza, creando un fascino mai visto fino ad allora. Oltre la sua architettura di linee convesse e concave, e che indica un movimento in ascesa, è l’uso sapiente della luce, che illumina gli affreschi colorati della parete circolare, della volta e della cupola.

Immagino gli ospiti del Gran cardinal Farnese, mentre salivano o venivano portati in lettiga dalla base della scala elicoidale fino al primo piano, a fermarsi ad ogni passo alla vista dei simboli araldici della casata, ad ammirare attraverso le finte finestre dipinte i paesaggi (alcuni dei quali dipinti da pittori fiamminghi), a perdersi nell’osservare le tante figure allegoriche minute e grottesche fantasiose, i damaschi.

Nelle pieghe della lettura delle pitture parietali (1580-1583) avremo il modo di svelare alcuni segreti, se così vorrete.

Passando così all’argomento degli affreschi di Caprarola, si parla di pittura romana della seconda metà del secolo XVI, e furono realizzati tra il 1560 e il 1583. Come sapete, nel Rinascimento c’era una grande gara, tra i signori nel far costruire le ville ed ingaggiare gli artisti più bravi, sia tra gli stessi artisti, ad essere assunti nelle corti. Se c’era un’invidia tra loro? Chissà.

In ogni caso, il Gran Cardinale ingaggiò i pittori più famosi dell’epoca, Antonio Tempesta, Taddeo e Federico Zuccaro, Jacopo Zanguidi, Raffellino da Regio, Giovanni de’ Vecchi, A. Vanesino, e anche dei pittori fiamminghi. Sappiamo, che oltre i maestri ci lavorarono le loro squadre di pittori di talento i cui nomi rimasero nell’ombra e solo oggi, in qualche caso si riesce ad intuire e ad avanzare qualche nome.

Come avrete il modo di vedere, il concetto di prestigio non riguarda solamente la ricchezza in termini di condizione patrimoniale del Gran cardinal Farnese, e il suo ruolo politico nella scena europea della Riforma e Controriforma, ma altrettanto, la sua formazione culturale rinascimentale, e il suo mecenatismo.

Uno dei filoni della cultura rinascimentale, messo in evidenza dal Gran cardinal Farnese, è la conoscenza ermetica di cui il cardinal Alessandro era passionato, e che passa in molte sale parallelamente al pensiero religioso della Chiesa di Roma.

Non affermo una novità nel dire, che la pittura religiosa è ben presente al Palazzo di Caprarola, e il ricorrere ad icone antiche dei santi e del cristianesimo, voluto dal Concilio Tridentino (il cui promotore, ricordo, fu il nonno del Gran Cardinal Alessandro, papa Paolo III) vi è frequente. Probabilmente il Gran cardinale si pone come esempio, negli affreschi di Caprarola, anche in questo senso, mentre prepara, come dicevo, la propria elezione al soglio pietrino.

A proposito della pittura religiosa del palazzo di Caprarola, esistono teorie ed elementi reali coinvolgenti, parlarne in una visita guidata? Sì, se sei passionato dell’argomento.

Il percorso al Piano Nobile propone delle sale di rappresentanza e delle stanze private del Gran cardinal Farnese, divise tra gli appartamenti d’inverno, e gli appartamenti d’estate.

Gli appartamenti furono descritti “con infinite stanze” in una lettera inedita dell’archivio Gonzaga e portata alla luce da Daniela Sogliani, di Lorenzo Giorgi, scritta per la preparazione della visita di Gregorio XIII, inviata il 20 settembre del 1578 alla corte Gonzaga.

Tra le tante le sale che visiteremo, è la meravigliosa Sala del Mappamondo, una sala di rappresentanza che non poteva non incontrare il gradimento di papa Gregorio XIII, che, notoriamente aveva un’attenzione particolare per le scienze, per l’astronomia, per la cartografia e per le mappe celesti, e che visitò il palazzo di Caprarola (settembre 1578), assieme ad alcuni cardinali e il figlio dell’Imperatore Massimiliano II.

Ebbene, il Gran cardinale sicuramente volle incantare il papa con le bellezze del suo palazzo, e di certo, per Gregorio XIII era il massimo, fare collazione sotto la volta costellata da cinquantuno costellazioni della mappa celeste, e contorniato dai continenti raffigurati e il globo terracqueo sulle pareti. Chiaro, tutto all’insegna del Giglio Farnesiano.

Tra le altre stanze che visiteremo: La Sala di Ercole (Federico Zuccari e Jacopo Bertoja 1568-69, 1572-73). La Cappella (Federico Zuccari 1566). La Sala dei Fasti (Taddeo Zuccari 1561-63). L’Anticamera del Concilio (Taddeo e Federico Zuccari 1562-64). La Stanza dell’Aurora (Taddeo Zuccari1563-65). La Stanza della Solitudine (Taddeo Zuccari-66). La Stanza del Torrione (Antonio Tempesta, 1579). Il Gabinetto dell’Ermathena (Federico Zuccari 1566-67). Il corridoio con i nodi Leonardiani. La Stanza della Penitenza (Jacopo Zanguidi detto il Bertoja 1569-71). La Stanza dei Sogni Jacopo Zanguidi (1570-71). La Stanza degli Angeli (Jacopo Zanguidi, Giovanni de’ Vecchi, Raffaellino da Reggio 1572-75). La Sala del Mappamondo (Vanosino da Varese, Giovanni de’ Vecchi, Raffaellino da Regio, 1573-75).

Segue la visita dei Giardini, i Giardini bassi e i Giardini alti.

I Giardini rinascimentali, come tutti voi sapete, non possono mancare dalla Villa, si agganciano strettamente all’edificio villa, in questo caso al palazzo pentagonale, e che non potevano trovare spazio migliore, che il pendio della collina boscosa alle spalle dell’edificio.

Le due metà del pentagono, l’appartamento d’estate e l’appartamento d’inverno sono provvisti di Giardino, che il Gran cardinal Farnese raggiungeva attraverso due ponti di legno che scavalcano il fossato.

Dicevo, che l’acqua che fornisce i Giardini e anche il palazzo, non considerando la cisterna di acqua piovana della corte circolare, veniva dal vicino lago di Vico, attraverso un tunnel sotterraneo di epoca etrusca fatto ampliare dal Gran cardinal Farnese. L’acqua che scendeva a caduta libera ai tempi del cardinal Alessandro, ora invece è a circuito chiuso.

L’architettura del verde, quindi dei Giardini, costituisce un microcosmo Farnesiano, esattamente come l’architettura del palazzo, costruiti secondo i canoni rinascimentali della simmetria e delle proporzioni perfette. Così come la struttura del palazzo corrisponde ai concetti di bellezza rinascimentale ridotta alla matematica e alla geometria, che rispecchia l’armonia dell’universo, creazione perfetta di Dio, anche il Giardino riflette la bellezza: la struttura e l’armonia dell’Universo.

I Giardini erano anche lo spazio dell’intrattenimento ossia gli spettacoli svolti dai nani di corte a suon di musica, ne è un esempio, la Grotta dei satiri del Giardino d’inverno. (Che spiegherò in tutto il suo fascino sul posto).

Altro tipo di divertimento consisteva nella competizione largamente praticata nel Rinascimento (e non solo), la caccia. A questo punto possiamo immaginare il cardinal Alessandro vestito di tenuta da caccia, e così i suoi ospiti, che si sfidavano alle battute all’interno del barco.

Addirittura, affinché il cardinal Alessandro ed i suoi ospiti abbiano il piacere di catturare della selvaggina bella pasciuta, si aveva la cura di nutrire, almeno i cinghiali, così si viene a sapere da un documento riportato, credo da Passini, (purtroppo vado a memoria perché non riesco più a reperire il documento sul web), che comprende delle spese annue per il Palazzo di Caprarola, ma anche per Villa Lante, appunto per nutrire i cinghiali.

Il Giardino poteva essere dedicato al passatempo libero, poteva essere un luogo di ritiro, dove poter stare lontano dalla vita frenetica del palazzo. Difatti il palazzo era destinato oltre al Gran cardinale e gli ospiti, alla corte che comprendeva i familiari (che di solito a Roma, stando ad un dato del 1510 contavano una sessantina di persone), in più la servitù che sempre secondo la stessa fonte, Paolo Cortesi De cardinalatu, riportato da Firpo, ammontava ad una ottantina. (Agli non addetti ai lavori aggiungo, che per il termine “familiare“ non s’intende la famiglia di sangue, bensì la cerchia più vicina al Gran cardinal Farnese, i suoi uomini di fiducia. Alcuni dei quali vennero effigiati nella Sala dei Fasti).

Non c’è da meravigliarsi, se il cardinal Alessandro, fece costruire una palazzina, chiamata Casina del piacere, nei Giardini alti, peccato, che la casina (si fa per dire, perché è un edificio con tanti di affreschi), fu ultimata (1586) pochi anni prima della morte del cardinale (1589). Lui lasciò tutto agli eredi, così al pronipote Odoardo che incaricò Girolamo Rainaldi nel 1620 con l’ultimazione dei Giardini alti, attuando dei perfezionamenti e riorganizzando gli spazi verdi secondo la moda nuova, del ‘600.

Dobbiamo però arrivare ancora nei Giardini alti, che ai tempi del Gran cardinale erano chiamati “il barchetto”, e dove arrivavano agevolmente i cavalli come lo dimostrano i gradini, fatti appunto, a passo di cavallo.

Salendo, si scorge dal viale una scenografia stupenda, vi dico, restano meravigliati persino i turisti francesi abituati alle bellezze dei Giardini! Lo so, i nostri sono più belli, li abbiamo inventati noi, i Giardini rinascimentali!

Le fontane con giochi d’acqua sovrapposte sul pendio della collina, sono poste lungo un asse, ai lati, in basso due logge a stalattiti che servivano anche per fare gli scherzi d’acqua. La vista prospettica chiude in alto con la Casina del piacere dalla loggia affrescata.

Intorno alla Casina due labirinti di bosso, con, al centro due fontane, dei Cavalli marini, e incorniciati da telamoni e cariatidi, che furono scolpiti, probabilmente anche da Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo. Vale la pena di osservare i volti delle sculture, poi vi dirò perché.

No, non siamo arrivati alla fine, perché si sale ancora, lungo due rampe di scale, costeggiate da piccole vasche ornate di delfini che sputano i getti d’acqua. Si raggiunge così l’ultimo terrazzamento, dove si trova una fontana ottagonale, con, in cima, l’immancabile Giglio Farnesiano e dietro la distesa del terrazzamento, con una disposizione di aiuole che, come dicevo, rispecchia la nuova moda, del Seicento, e sembra perfetta per le feste.

Il limite del terrazzamento segnato da due sculture, una di esse, il famoso unicorno con la Vergine, e dove i boschi continuano verso dove si trovava il barco di caccia.

Bibliografia: Portoghesi, Firpo, Liserre, Passini, Robertson, Guido Checchi…

PRENOTA LA TUA GUIDA TURISTICA PER VISITARE VILLA FARNESE DI CAPRAROLA, tutta LA TUSCIA laziale e ORVIETO al 328.4248738 info@artinvistaguideviterbo.com ITA, FRA, ESP. Risponde Maddalena.

Dai un’occhiata anche su: La Tuscia, Itinerari, Visitare.

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