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Palazzo Farnese di Caprarola, gli interni. Come ben si sa, nel Rinascimento, l’affermazione del potere avvenne anche attraverso il mecenatismo e il collezionismo d’arte, e in materia, il nonno papa del Gran Cardinal Farnese non aveva nulla da invidiare alle altre corti europee.

Quel che iniziò il nonno, il Gran Cardinale Alessandro Farnese portò avanti, impegnando gli artisti eccelsi del secondo Cinquecento, anche al palazzo di Caprarola.

Quanto rimane oggi della maniera di vivere, dei signori del Cinquecento al Palazzo di Caprarola, è l’architettura dell’edificio, la pittura, l’architettura del verde. Quanto più preziosi, quanto ricoprono l’arco temporale di un solo committente, sopravvissuto interamente ai nostri giorni.

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Peccato, che al palazzo di Caprarola non ci siano più le sculture, i dipinti, le medaglie, le monete, i reperti archeologici scavati a Roma (dove allora si ergevano tanti ruderi di epoca romana al cielo e che idealmente appaiono sugli affreschi), e che costituivano una parte dell’intera collezione d’arte del Gran Cardinale, ma non vogliamo troppo!

Curiosamente, le pitture murali tramandano dei documenti in merito, perché ripropongono in una efficace versione dipinta, i marmi e le sculture, utilizzando la pittura illusionistica e attingendo da studi approfonditi circa i dettagli.

Andando alla ricerca di antichità dipinte sulle pareti, gli oggetti vanno dai ritratti tratti dalle monete di epoca romana, dalle medaglie, dai cammei, ad altri oggetti preziosi tradotti in pittura, sulla base di precise descrizioni fornite dagli specialisti.

Intanto, la collezione d’arte che conosciamo, confluito al Museo di Capodimonte, è utile per integrare nella mente ciò che si visiterà al Palazzo di Caprarola.

IL PIANTERRENO

LA SALA DELLE GUARDIE: è affrescata da Federico Zuccari e aiuti nel 1567, è di ampie dimensioni che permisero l’uso agevole delle armi, come dice il suo nome, era adibita a funzione di servizio di guardia.

Le immagini dipinte costituiscono un vero biglietto da visita del Gran cardinal Alessandro, in quanto, i tre stemmi nella volta glorificano il casato dei Farnese, imparentati con gli Asburgo e i reali di Portogallo.

Mentre le due mappe geografiche, l’assedio di Malta del 1565 da parte di Solimano il Magnifico e la partenza della flotta cristiana da Messina, fanno identificare il Gran cardinale come il difensore della Cristianità a fronte della minaccia turca. Difatti, il cardinal Alessandro faceva parte della commissione antiturca istituita da Pio IV.

Abbiamo anche i lavori di costruzione prima del palazzo, poi dell’abitato urbano, documentati da due pitture parietali, gli altri paesaggi della volta dovrebbero rivelarsi immaginari, dipinti forse da mani fiamminghe. Invece i paesaggi sopra le porte d’ingresso del Salone rappresentano le vedute delle città di Marta, Vignola ed Orbetello.

Dalla Sala della Guardia si accede ad un’ambiente circolare, attiguo, dove oggi si trova la biglietteria, nelle prime piante era indicato come “armeria”.

IL CORTILE CIRCOLARE: 1559-1579. Come dicevo, altrove, un cortile di forma circolare fu già previsto da Antonio da Sangallo per la vecchia fortezza, (fu il Peruzzi a proporre la forma pentagonale, sempre per la vecchia fortezza, quindi la struttura precedente al palazzo).

La forma del cerchio rappresentava una delle forme geometriche dai significati simbolici, che si usavano nel Rinascimento, esprimeva la forma perfetta, che rappresentava il Cosmo, perfetto perchè creato da Dio. Immediata l’associazione con il Gran cardinal Alessandro, con il potere e la ricchezza della casata dei Farnese.

Comunque, un punto di riferimento architettonico precedente da tener presente nella volontà del Gran cardinale a scegliere l’aspetto e la forma del cortile:
il palazzo dell’Imperatore Carlo V a Granada, con il patio circolare.

Un altro esempio porta più vicino, a Villa Madama a Roma commissionata da papa Leone X Medici, dove tuttavia il patio è esterno all’edificio e solo a forma di semicerchio, e dove venivano ingaggiati Antonio da Sangallo, che più tardi divenne l’architetto di fiducia dei Farnese, il Peruzzi anche lui attivo nel territorio della nostra Tuscia, e Giulio Romano.

Gli archi di trionfo e le semicolonne del cortile a forma di cerchio del Palazzo di Caprarola potrebbero essere stati ripresi dal Bramantesco Cortile del Belvedere in Vaticano.

Certo, oggi le nicchie sono vuote, ma viene spontaneo immaginarle fornite di statue, come si usava in tutti i palazzi del Rinascimento, e come si aspetti da un grande collezionista di opere d’arte, com’erano i Farnese. D’altronde, basta pensare al Palazzo Farnese di Roma, oppure alla famosissima Collezione Farnese di Capodimonte.

Qualche statua di Ercole, doveva anche stare anche al Palazzo di Caprarola, penso io, l’idea non sarebbe priva di senso, perché la figura di quest’eroe mitologico dell’antichità, era assimilata nel programma di autocelebrazione dei Farnese. Eloquente il fatto, che nel Rinascimento esisteva un’assimilazione i questa divinità nella figura di Cristo.

Al centro del cortile circolare si vede un mascherone, che ha la funzione di raccolta dell’acqua piovana che scende nel sottostante cisterna, chiamata dai tempi dell’architettura romana, impluvium.

Il portico fu decorato tra il 1579 e il 1581, otto anni prima della morte del Gran cardinal Alessandro Farnese, forse sotto la direzione di Antonio Tempesta.

La decorazione della volta del portico porta nell’architettura del palazzo l’architettura del verde: un pezzo di giardino, uno splendido pergolato e uccelli, attraverso una pittura illusionistica molto efficace.

Mentre i quarantasei stemmi sulla parete circolare mostrano le famiglie alleate con i Farnese.

Tra gli stemmi uno che rappresenta l’unicorno con una fanciulla. Ne parleremo, perché canonicamente si pensa si tratti della famosissima Giulia Farnese, detta la bella, i cui ritratti furono distrutti dal fratello, papa Paolo III, che spinse la sorella nelle braccia di papa Borgia per gli interessi di famiglia. Il che non era inusuale all’epoca, tutt’altro.

Chissà, da quanti decenni o secoli, gli storici vorrebbero ritrovare un ritratto al vero di Giulia la bella? Ebbene, tante ricerche sono state fatte, tanti studi redatti. Una eccellente storica dei Farnese, Patrizia Rosini, ha pubblicato vari testi a questo riguardo, che posso proporre a tutti quanti s’interessano.

Ecco le sale disposte intorno il cortile circolare, divise negli appartamenti dell’estate e dell’inverno. Tutte riccamente ornate con delle bellissime grottesche, oltre le scene principali, anche se da dire che le pitture del Piano Nobile sono ritenute di livello superiore.

Un curioso elemento caratteristico ornamentale ricorrente in tutte le stanze, è una maschera poggiata a terra, che non ha ancora trovato una spiegazione iconografica.

LA SALA DI GIOVE: 1560-1562. Apre l’appartamento dell’estate, le pitture parietali sono opera di Taddeo Zuccari e aiuti. Questa sala è detta anche “della Prospettiva” in riferimento alla stanza dipinta da Baldassare Peruzzi alla Farnesina che poteva aver ispirato le bellissime pitture illusionistiche. La sala aveva funzione di rappresentanza.

Perché si chiama Sala di Giove? Perché nella volta appaiono delle scene tratte dall’infanzia della divinità, in cui la stessa viene identificata con il Gran cardinal Alessandro stesso, il signore di Caprarola, il costruttore del palazzo e del borgo nuovo. (In un sistema neofeudale, direbbe uno storico).

Le finte architetture (disegnate dal Vignola e dal genero G.B. Fiorini) delle pareti servono a dilatare lo spazio, mentre le sculture dipinte dorate che si affacciano dalle nicchie, sono chiamate a celebrare le arti e le discipline connesse con l’architettura.

Le scene raffigurate: La nascita di Giove. Le Ninfe con la capra Amaltea. Amaltea allatta il piccolo Giove. Le Ninfe riempiono di fiori e frutta un corno spezzato di Amaltea. La cornucopia viene presentata a Giove. Vulcano offre a Giove lo scudo fatto con la pelle di Amaltea. Amaltea trasformata in costellazione.

LA STANZA DELLA PRIMAVERA: 1560-1562. Affrescata da Taddeo Zuccari e aiuti. E’ la prima delle quattro successive, dedicate alle Stagioni, che secondo l’antica tradizione coincide con il risveglio della Natura.

Le stagioni vengono qui raffigurate in modo inusuale rispetto ai canoni tradizionali, con attributi inabituali, mentre continua in modo latente la glorificazione della capra Amaltea, iniziata nella Stanza di Giove.

Le scene raffigurate: La Primavera. Il Ratto d’Europa. Il Ratto di Proserpina. La Metamorfosi di Proteo. La lotta di Ercole con Acheloo.

LA STANZA DELL’ESTATE: 1560-1562. Pitture parietali realizzate da Taddeo Zuccari e aiuti. L’estate viene richiamata dalla pittura nella volta, con attributi tradizionali: la falce e la ghirlanda di spighe. Mentre si rivelano strane otto oggetti raffigurati che si ricollegano al culto del Dio pagano Pan.

Vengono invece messi in particolare evidenza i segni zodiacali, che nelle altre sale occupano uno spazio marginale, nelle cornici dei riquadri. In questa stanza il segno del Cancro occupa una posizione centrale, in modo non consono alla tradizione astrologica. Questo fatto potrebbe essere collegato con un accadimento molto rilevante per la famiglia Farnese nel periodo dell’anno sotto quel segno.

Sulle pareti sono dipinte delle scene attinenti con le stagioni.

Le scene rappresentate: L’Estate, la caduta di Fetonte. Omaggio a Cerere. Trittolemo brucia le sterpaglie. Trittolemo sparge le sementi.

LA STANZA DELL’AUTUNNO: 1560-1562. Dipinta da Taddeo Zuccari e aiuti. L’autunno viene invocato dall’uva e da Dio Bacco, tradizionalmente considerato l’inventore del vino. La sua figura è il protagonista in questa sala, dove si legge la sua storia per immagini. Quando nasce, in una immagini davvero realistica, al terribile episodio in cui viene fatto a pezzi dai Titani per vendetta ordinata da Giunone, cotto in un calderone e rimesso insieme da nonna Rea, fino al corteo trionfale dopo la liberazione dai pirati che tentarono di rapirlo. La scena è animata da putti vendemmianti, sileni ebbri e baccanti.

Le scene raffigurate: L’Autunno, la nascita di Bacco. Lo smembramento, la bollitura e la resurrezione di Bacco. La nave di Bacco. Il trionfo di Bacco.

LA STANZA DELL’INVERNO: 1560-1562. Le pitture parietali sono opera di Taddeo Zuccari e aiuti. Facile riconoscere l’inverno, al centro della volta, raffigurato come un paesaggio desolato, con alberi spogli e dove un ragazzo trascina un animale. Negli quattro ottagoni della volta delle scene mitologiche relative alle cattive condizioni climatiche della stagione, in parte forse tratte dalla metamorfosi di Ovidio.

Le scene raffigurate: L’Inverno. Il concilio degli Dei decide di sterminare l’umanità con il diluvio. Vulcano incatena Borea. Eolo scioglie i venti. Deucalione e Pirra sopravvivono al diluvio.

APPARTAMENTO D’INVERNO, IL PIANO DEI PRELATI: composto di cinque stanze, che girano lungo i lati Sud-Ovest del palazzo, soleggiati. Come le stanze dell’appartamento d’estate, anche queste furono affrescate da Taddeo Zuccari e aiuti, in due anni, tra il 1567 e il 1569. I motivi dipinti sono tratti dall’araldica e dall’emblematica farnesiana.

Il Salone è noto come Sala del Teatro o dei Cigni, riprende la decorazione di un soffitto di Giulio Romano nella Villa Madama di Roma, all’epoca proprietà dei Farnese.

Nella volta è dipinto lo stemma del cardinale Odoardo Farnese, nominato a quest’incarico nel 1591, per cui è lecito supporre che ci sia un legame tra la nomina e queste pitture. Confermerebbe questo fatto la nota descrizione del cronista di papa Gregorio XIII che racconta della visita del palazzo di Caprarola avvenuta nel 1578, (dopo la sua visita a Villa Lante di Bagnaia), in cui dice della decorazione dell’appartamento invernale, ancora incompleta. I lati lunghi della volta raffigurano delle scene di sacrificio.
L’ambiente successivo, il Salotto, presenta une delle più note imprese farnesiane: la Vergine con l’unicorno, in cui, come lo abbiamo ricordato, forse si celi uno dei ritratti di Giulia Farnese. I paesaggi dipinti dovrebbero essere dei paesaggi ideali.

Le stanze che concludono l’appartamento, avevano funzione privata, decorate con stemmi e grottesche.

LA SCALA REGIA: Tre giri completi di scala a chiocciola in ascesa, sotto una cupola minuziosamente affrescata che glorifica il Gran Cardinal Alessandro e ammirata già dai contemporanei. Un turbinio di stemmi e simboli farnesiani dipinti sulla volta della scala, e finte finestre che si aprono su paesaggi ideali, forse ancor più belli di quelli reali!
Chissà, come la prendevano gli ospiti del Gran Cardinal Alessandro, a dover soffermarsi ad ogni passo sui simboli del potere farnesiano? Di certo, i commenti non potevano essere che suscitati dalla meraviglia nel vedere così tanta ricchezza (le opere costavano l’occhio della testa) e raffinatezza. Del resto, qui tutto era fatto per far parlare di sé, e di imprimere nelle menti l’immagine dello stemma Farnesiano, equivalente del potere della casata.

Palazzo Farnese di Caprarola. La Scala a elica, dettaglio. Maddalena Marton Guida Turistica.

I dipinti della scala furono inquadrati in un infinito brulicare di greche, di ritratti di divinità tese a deificare i Farnese, uno in particolare molto cari già al nonno del Gran Cardinale, a papa Paolo III: Ercole, una divinità che nel Rinascimento aveva un’assimilazione con Cristo.
Altri volti, dipinti sulla parete, di certo erano profondamente ancorati nei ricordi del Gran Cardinale. Sì, ho un motivo per crederlo ed affermarlo, poi ve lo spiegherò sul posto.

La Scala Regia fu dipinta tra il 1580 e il 1583, l’ultimazione avvenne sei anni prima della morte del Gran cardinal Alessandro Farnese. Sappiamo dai documenti, che il cardinale affidò l’opera ad Antonio Tempesta e aiuti, uno dei pittori più eccelsi nella pittura dei paesaggi a Roma. Invece nulla è dato a sapere sul pittore o i pittori della cupola.

Perché la Scala a chiocciola del palazzo di Caprarola era innovativa per l’epoca? Perché le costruzioni precedenti assicuravano la sola funzione di passaggio tra i vari livelli di un edificio, ed erano più semplici. Invece, la Scala Regia del Gran cardinal Farnese venne sfruttata per motivi di rappresentanza, rendendo la scala elicoidale magnifica, e imitata a varie riprese.

Il ciclo pittorico della parete circolare, della volta, della cupola e dei vani aperti nello spessore della parete davanti alle finestre, è ricco e complesso, che introduce dei temi che saranno sviluppati nelle sale del piano nobile.

La Scala Regia parte dai sotterranei, fa tre giri completi fino all’ingresso al Piano Nobile, serve anche il Piano dei Prelati, i suoi comodi gradini sono fatti per passo d’uomo, si capisce, salendo i gradini.

Se il disegno di questa scala elicoidale resa di rappresentanza, si ritiene, possa aver preso le sue mosse dalla grande lumaca bramantesca in Vaticano, tutti gli altri elementi, come la decorazione incredibilmente preziosa, le trenta colonne doriche abbinate, la balaustra, l’illuminazione, la cupola, rendono la scala del palazzo di Caprarola monumentale e di rappresentanza.

Alcuni temi raffigurati sugli affreschi, che vi svelerò sul posto, verranno sviluppati in alcune sale del Piano Nobile.

artinvistaguideviterbo.com Palazzo Farnese di Caprarola. La Sala dei Fasti. Maddalena Marton Guida Turistica.

IL PIANO NOBILE:
Il piccolo vestibolo, dipinto tra il 1576 e il 1577, chiamato “seconda guardia”, venne decorata sulle quattro pareti e nella volta. Richiama il più antico stemma farnesiano ossia l’Unicorno che si disseta da un rivo, paesaggio con ruderi antichi, e dei simboli che vi svelerò sul posto.

artinvistaguideviterbo.com Maddalena Marton Guida Turistica.

Il portico circolare:
Il vestibolo immette nel portico circolare del Piano Nobile, che a sua volta mette in comunicazione gli ambienti di questo piano, dei giardini e delle scale di servizio che servono i due piani superiori della servitù. La decorazione pittorica del portico venne realizzata tra il 1576 e il 1577.

Nelle nicchie del portico furono posti i busti di dieci Cesari, mentre altri due, i busti di Tito e di Domiziano collocati negli oculi sopra le porte delle sale di rappresentanza. Purtroppo nessuno dei busti rimase al suo posto, perché com’è noto, vennero trasferiti al Palazzo Farnese di Roma nel 1861. Fu il re Francesco II di Borbone a farli prelevare durante i lavori per l’adeguamento della permanenza alle esigenze della corte napoletana in esilio.

LA LOGGIA DI ERCOLE O SALA DI ERCOLE: Pareti e fontana 1572-1573. Sulle pareti venne raffigurato il patrimonio dei Farnese, in dieci vedute, dai Ducati di Parma e Piacenza, ai luoghi nella Tuscia.

La vista che si apre attraverso le arcate, ora coperte da vetri, sul paesaggio verso Roma, completa quanto viene rappresentato all’interno, perché mostra il coronamento del potere dei Farnese che intraprendendo la carriera ecclesiastica, e l’abile politica matrimoniale, arrivarono sui vertici gerarchici della Corte Pontificia.

La volta e le lunette (1568-1569).

Nella volta è dipinta la creazione mitica del lago di Vico, con al centro Ercole, nella cui persona s’identifica il Gran cardinal Alessandro Farnese, in questo caso per le opere di sistemazione idrica da lui fatte realizzare. Quanta meraviglia, sul volto dei contadini, intorno all’acqua scaturita! Il momento prima si trovarono ancora impegnati di estrarre la spranga che Ercole conficcò nel terreno, lanciando loro questa sfida che i terreni mortali difficilmente poterono vincere.

Nei riquadri maggiori della volta, le Gesta di Ercole. Tra i personaggi almeno un ritratto è certamente al vero, si trova nel riquadro della Costruzione del Tempio di Ercole (in allusione alla costruzione del Palazzo), dove viene raffigurato l’architetto Jacopo Barozzi da Vignola, riconoscibile dal compasso che tiene nella mano e dalla comparazione di altri suoi ritratti.

Nei riquadri minori sono rappresentati le dodici fatiche di Ercole, mentre nelle lunette troviamo l’episodio del furto dei buoi di Ercole e l’intervento di Giove che investe con una pioggia di sassi i due ladroni.

Dalla bellissima fontana rivestita con stucchi e mosaici, e ornato da quattro fanciulli in marmo cipollino, all’epoca sgorgava l’acqua, rendendo l’ambiente semiaperto più fresco. La fontana fu scolpita dal famoso “Curzio delle fontane” ovvero Curzio Maccarone, attivo anche a Tivoli, un esperto del settore conteso dai signori più illustri. Mentre il mosaico dello sfondo è attribuito a Francesco da Tivoli oppure al giovane El Greco (che però come noto, non fece fortuna nella corte Farnese come pittore).
Le sei statue putti furono in parte restaurati nel Cinquecento, presumibilmente da Giovanni Battista De’ Bianchi, scultore-restauratore al servizio del cardinale Alessandro Farnese.
Quanto riguarda la composizione della fontana, è stata interpretata come un’ allegoria del battesimo.

L’iconografia della sala fu quasi certamente elaborata dal bibliotecario del Gran cardinal Farnese, Fulvio Orsini. Le gesta di Ercole tratte dal commentario di Servio a Virgilio.

La decorazione della sala fu avviata da Federico Zuccari, con la scena centrale della volta, a lui subentrò un suo rivale Jacopo Zanguidi, detto il Bertoja che adeguò il proprio stile a quello di Federico nel completare il resto.

Le scene rappresentate: La creazione del lago di Vico. Ercole conficca la lancia nel terreno sfidando i pastori ad estrarla. I giovani pastori tentano invano ad estrarre la spranga. Ercole estrae la spranga, e dal terreno sgorga l’acqua che dà origine al lago di Vico. Ercole disteso tra le acque che ha riempito il bacino del lago. Gli abitanti dei Cimini costruiscono un tempio dedicato ad Ercole. Ercole uccide l’idra di Lerna. Ercole uccide il toro crestese.

LA CAPPELLA: Decorazione, Federico Zuccari e aiuti, 1566-1567. La pianta di forma circolare, diametro m 9,70, è speculare a quella della Scala Regia. I dipinti, gli stucchi, le dorature, il pavimento e la loro composizione in svariate forme ed incastri di figure rivelano una raffinatezza fuori del comune.

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Analogamente all’uso raffinato della luce, che filtra da vetrate colorate istoriate, creando l’atmosfera che porta indietro nei tempi biblici, perciò giusta per il tema rievocato nella volta: la creazione del mondo e sei scene tratte dall’antico testamento.

Le finestre furono realizzate da un “Ruberto fiammingo”, attivo nella corte del Gran cardinale, anche come pittore di paesaggi.

Il numero degli apostoli delle quattro finestre, viene completato con gli altri otto, che invece vengono dipinti nei rettangoli della parete circolare, che, illusionisticamente, ripropongono una loggia serliana.

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Il pavimento forma dei complessi disegni conformemente allo stile del Vignola, rispecchia gli scomparti della volta, ai cui medaglioni corrispondono dei tondi preziosi in marmo, e non poteva non venir sfruttato per proporre, ancora una volta, i motivi araldici dei Farnese.

Nella cupola vengono raffigurate scene del Vecchio Testamento, sulle pareti apostoli a figura intera, una Pietà tra San Giovanni Battista e le Marie al sepolcro. Quest’ultima è la copia della pala d’altare che Taddeo Zuccari dipinse per questa cappella, ma che il fratello Federico, dopo la morte di Taddeo preferì tenere per sé.
La decorazione pittorica si deve a Federico Zuccari, che a settembre del 1566 subentrò al fratello Taddeo, morto pochi giorni prima.
Tra i volti raffigurati nella sala, dei ritratti al vero.

Le scene ritratte: La Creazione degli astri. La Creazione di Eva. Il Diluvio Universale. Il Sacrificio d’Isacco. Il Passaggio del Mar Rosso. Samuele consacra a re David, ungendolo con l’olio che cade dal corno. David riceve i tributi dai popoli assoggettati.

LA SALA DEI FASTI FARNESIANI: Taddeo Zuccari e aiuti, 1561-1563. Una magnifica sala d’onore dagli innumerevoli dettagli, decorata con gli eventi salienti della storia dei Farnese, rappresenta il massimo splendore casata.

La narrazione degli eventi costituisce anche il programma di propaganda, l’immagine che si voleva dare sulla casata. Il filo di questo racconto viene tessuto dal Gran cardinal Alessandro, che fa da protagonista.

artinvistaguideviterbo.com Palazzo Farnese di Caprarola. La Sala dei Fasti. Maddalena Marton Guida Turistica.

In maniera inerente alla funzione di rappresentanza di questa sala, la decorazione mostra una ricchezza estrema, con l’oro profusamente applicato nelle pitture, le scene principali vengono incorniciate da preziosi arazzi dipinti.

Gli episodi più importanti vengono narrati negli otto grandi riquadri delle pareti, basandosi su conoscenze approfondite circa le circostanze degli accadimenti, i ritratti al vero dei personaggi (tratti da dipinti, medaglie, stampe, degli artisti eccelsi del periodo), il cerimoniale.

Riguardo agli eventi storici, c’è da precisare, che in alcuni casi vi è una discordanza tra la data reale degli eventi storici e la data riportata per gli stessi, forse perché si voleva dare una sequenza temporale alle scene rappresentate.

Quanto agli abiti che vestono i personaggi, si capta l’importanza che veniva dedicata, ancora una volta, ai dettagli, preziosi, stando però alle osservazioni di Elisabetta Gnignera specialista del settore, gli abiti, (tranne probabilmente quelli ecclesiastici e degli ordini religiosi, aggiunge chi scrive), non corrispondono alla moda del periodo in cui avvennero gli episodi storici, risalgono invece agli anni di esecuzione degli affreschi.

Riguardo alle immagini di alcune città, che appaiono come sfondo agli incontri tra i personaggi della grande storia, ad esempio nella scena dell’Ingresso a Parigi di Carlo V, è possibile affermare, in base a studi condotti, che non sempre corrispondono a quelle reali.

I ritratti al vero di papa Paolo III Farnese e dei nipoti, Alessandro (il Gran cardinal Farnese) e Ottavio, vengono mutuati dal famoso ritratto commissionato da papa Paolo III a Tiziano.

Sulle scene principali vengono raffigurati, oltre i personaggi politici più importanti d’Europa del secolo XVI, le persone facenti parte della cerchia più stretta del Gran cardinal Farnese.
Non sfugge all’attenzione la presenza di alcuni personaggi legati all’Ecclesia Viterbiensis, in odore di eresia, come Reginald Pole. Durante la visita avremo l’occasione di parlarne.

Com’è noto, nel Rinascimento i pittori o lasciarono la loro firma sull’opera dipinta, oppure mettevano il ritratto. Ebbene, in questa sala anche i fratelli Zuccari, Taddeo e Federico, furono raffigurati, come vedrete.

I temi rappresentati furono elaborati da Onofrio Panvinio con la collaborazione di Paolo Manuzio per le epigrafi.

Le otto scene principali sulle pareti:

Pier Luigi Farnese è nominato capitano della Chiesa da papa Paolo III (1535).
Orazio Farnese è nominato prefetto di Roma da papa Paolo III (1538).
Incontro di Worms (1544).
Giulio III restituisce Parma ai Farnese (1550).
Ottavio Farnese sposa Margherita d’Austria (1539).
Matrimonio di Orazio Farnese con Diana di Valois (1552).
La guerra ai Luterani (1546).
L’ingresso a Parigi di Carlo V (1540).

Nella volta vengono rievocati gli eventi relativi al periodo di ascesa e di affermazione (1100-1435) dei Farnese.

ANTICAMERA DEL CONCILIO(1561-1563 Taddeo Zuccari ed allievi), media tra il salone d’onore e le stanze private del Gran Cardinale): Quale altra decorazione più meravigliosa, per celebrare la figura ed i fatti salienti del pontificato del nonno papa? Il Gran Cardinal Farnese forse ci metteva anche il cuore nel far ideare un ambiente così prezioso per Paolo III, che portò la Casata all’apice del potere.

La volta tempestata di stucchi lavorati ad effetto cammeo, dorature, gli stemmi e dei simboli dei Farnese, ricopre un ambiente quadrangolare dalle pareti decorate con fatti salienti del pontificato. Al centro della volta, l’investitura di papa Paolo III.

Le scene delle pareti glorificano il ruolo del pontefice in un periodo storico segnato dalla minaccia espansionistica dei Turchi e da gravi crisi religiose e politiche.

Al tema centrale religioso del secolo XVI, quale risposta la Chiesa Cattolica potesse dare al movimento riformatore dei Protestanti, papa Paolo III indisse il concilio generale, che avrà sede a Trento. Com’è noto, Paolo III è spesso citato come il papa del Concilio di Trento, la cui indizione e apertura vennero affrescate in una scena e di cui, come s’intuisce facilmente, la sala prende il suo nome.

La pittura illusionistica porta anche all’interno di questa sala, i preziosi marmi antichi, di cui Roma abbondava, così come le colonne con i bei capitelli corinzi, qui dipinte ai quattro angoli. Le colonne, a uno verrebbe a dire, una banalità, ho invece la netta sensazione, che proprio queste colonne rievochino le rovine romane, che costituivano il paesaggio abituale della città nel secolo XVI, e alle quali papa Paolo III ridiede un valore identificativo dopo il Sacco, come eredità della grandezza e del trionfo dell’antica Roma, di cui era erede il papato e il capo della Cristianità. Il trionfo dell’antica Roma divenne anche il trionfo della Chiesa di Roma.

Roma, dopo la tragedia del Sacco fu simbolicamente rifondata dal papa, che concependo la città per la prima volta nella storia come una struttura, fece avviare secondo un piano unitario la trasformazione del paesaggio della città, in cui le rovine avevano una valenza fondativa ed esprimevano un carattere prettamente Farnesiano.

Del resto, il richiamo alla gloria della Roma antica e alla sua Rinascita operata da Paolo III, è ben presente, in modo insito, nella scena, in cui Carlo V dopo l’impresa di Tunisi (1535) rende omaggio a Paolo III nel 1536. Carlo V fece ingresso a Roma, dopo nemmeno dieci anni dal terribile Sacco, e Paolo III, gli diede un messaggio chiaro, attraverso una complessa ed erudita scelta nel nuovo percorso d’ingresso e nel recupero dell’antica grandezza di Roma nei rimandi sofisticati a simboli: non poteva esserci alcuna realizzazione dell’idea di impero senza Roma.

E naturalmente senza il papa, davanti al quale Carlo V si piega, nella scena del bacio della pantofola al papa, riconoscendo la sua natura divina e il fatto che Paolo III è l’altro monarca del mondo, detto in poche e semplificanti parole.

Come vedete, i dettagli portano lontano, e non sono gli unici della sala, (del palazzo non ne parliamo), così come si rivelano ben lontani dall’esaurirsi gli argomenti che difficilmente si ha il tempo di toccare nei stretti limiti di una semplice visita guidata.

Infine richiamerei l’attenzione su un aspetto che risalta ulteriormente la preziosità di questa sala associata alla figura di papa Paolo III Farnese. Sono le sei raffinate sculture dipinte, sembra tratte di monete antiche della collezione del Gran Cardinal Farnese, e ideate da Annibal Caro e Fulvio Orsini. Si trovano sopra ogni porta e tradizionalmente rappresentano: la Carità, la Giustizia, la Fede, la Sovranità, la Pace, l’Abbondanza. Tuttavia, esistono delle interpretazioni diverse, che puoi leggere nella didascalia della prima foto. Fu Onofrio Panivinio a curare le scene storiche e le relative iscrizioni.

Le sei sculture tradizionalmente rappresentano: la Carità, la Giustizia, la Fede, la Sovranità, la Pace, l’Abbondanza. Tuttavia, esistono delle interpretazioni diverse,
che puoi leggere nella didascalia della prima foto.

Le scene della volta:
Investitura di Paolo III (1534)
Papa Paolo III ottiene l’unione della flotta imperiale e veneta contro i Turchi (1538)
Paolo III scomunica Enrico VIII d’Inghilterra (1536)
Sottomissione di Perugia dopo la ribellione contro la tassa sul sale (1540)
Paolo III accompagna con preghiere la flotta imperiale che salpa verso Tunisi (1535)
Le scene sulle pareti:
Omaggio di Carlo V a Paolo III dopo la vittoria di Tunisi (1535)
Paolo III nomina dei cardinali, quattro dei quali destinati a divenire dei papi
La tregua di Nizza tra Carlo V e Francesco I (1538)
L’apertura del Concilio di Trento.

LA CAMERA DELL’AURORA: 1563-1565. Decorazione pittorica, Taddeo Zuccari e aiuti.
E’ la prima del susseguirsi di stanze private, questa era la stanza da letto dell’appartamento estivo del Gran cardinale. La pittura illusionistica della volta ha il ruolo fondamentale a far apparire la stanza più alta che non lo fosse nella realtà, che proietta lo sguardo verso il cielo stellato.

Le pareti prive di affreschi, così come in altre stanze della sequenza degli ambienti privati, ai tempi del Gran cardinal Farnese erano ricoperti di seta e di cuoio, venduti in un secondo tempo all’asta, dai Farnese.

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La scena raffigurata nell’ovale della volta raffigura la nascita dell’Aurora, la realtà vera è che s’inserisce nel percorso neoplatonico di Palazzo Farnese.

Sappiamo, che il programma iconografico è di Annibal Caro che in una sua lunga lettera, pubblicata dal Vasari, fornì delle istruzioni molto precise circa i soggetti da rappresentare. Così anche questa stanza era già celebre ai contemporanei.

Da segnalare, che una parte dell’ovale con l’Aurora è purtroppo caduta, a più riprese, dalla fine del secolo XVIII, e quindi rifatta dal pittore Andrea Giorgini sotto la direzione di Vincenzo Camuccini nel 1834.

La scena nella volta: Tradizionalmente chiamata la nascita dell’Aurora, in realtà è densa di riferimenti neoplatonici.
Il carro della notte con una figura di donna che tiene nelle braccia i suoi figli, sonno e morte.
Il carro della Luna rappresentata da una figura di donna con la luna sulla fronte.
Il carro dell’Aurora rappresentata da una figura di donna con una torcia accesa nella mano.
Hermes con un casco alato, il caduceo, e un sacchetto chiuso contenente la polvere del sonno.

LA STANZA DEI LANIFICI: 1563-1565. L’opera pittorica è di Taddeo Zuccari e aiuti.
La funzione della stanza doveva certamente essere quella di spogliatoio, sia perché si trova vicino alla stanza da letto dell’appartamento estivo, sia perché i soggetti rappresentati sulle pitture parietali collimano con questo ruolo.

Le scene raffigurano l’arte della filatura, la tessitura, la colorazione dei tessuti, e la realizzazione di abiti. Particolarmente adatto a quest’ambiente l’episodio della scoperta della porpora (da parte di Ercole), in consonanza con la porpora cardinalizia che dovette abbondare nel vestire del Gran cardinal Farnese.

Quanto al programma iconografico, tradizionalmente si ritiene fosse ascrivibile ad Annibal Caro, non è da escludere però il coinvolgimento di Fulvio Orsini, grande conoscitore dei miti di Ercole.

Le scene sono nove, tutti i soggetti tratti dalla mitologia classica, ricoprono la volta e le pareti.

LA STANZA DELLA SOLITUDINE O DEI FILOSOFI: 1565-1566. Le opere di pittura si devono a Taddeo Zuccari e aiuti. La stanza era lo studio del Gran cardinal Alessandro Farnese, la cui iconografia fu elaborata da Annibal Caro e Onofrio Panvinio, come lo testimonia la lettera del Caro a Panvinio, che discute “le invenzioni per dipingere lo studio Monsignor Illustrissimo Farnese” (reperibile anche sul web).

In sostanza si elogia la solitudine, e se ne distinguono di tre tipi: la solitudine dei cristiani, la solitudine dei popoli pagani, la solitudine dei filosofi che se ne servono per arrivare ad acquisire delle conoscenze.

Nei riquadri minori vengono raffigurati i personaggi che hanno praticato o celebrato, o avevano a che fare con la solitudine, poeti, filosofi, eremiti, e sovrani come Carlo V e Solimano il Magnifico.

Numerosi gli animali rappresentati, alcuni solitari, altri dal significato simbolico, altri ancora rimandano alla contemplazione e all’elevazione della mente.

IL GABINETTO DELL’ERMATENA: Fu dipinto nel 1566 dal Federico Zuccari e bottega. Un ambiente di ridotte dimensioni, ma denso di contenuti simbolici negli affreschi, di cui si ritiene fosse lo studiolo del bibliotecario al servizio del Gran Cardinale, Fulvio Orsini.

Nella volta, l’immagine quasi scioccante di Atena e di Ermes, raffigurati in un solo corpo, che rappresenta la fusione tra l’intelligenza (Atena) e l’eloquenza (Ermes) in un essere androgino.

Questa stessa immagine veniva spesso scelta dagli ambienti umanistici, sull’esempio di Cicerone che per primo l’aveva posta come simbolo per la propria Accademia.

Così, come l’immagine fu scelta dall’Accademia Bocconiana di Bologna, la prestigiosa istituzione umanistica di cui il Gran Cardinal Farnese era protettore, e ancor prima di lui lo era il suo nonno, papa Paolo III.

L’emblema dell’Accademia non è l’unica allusione che porta nel campo delle conoscenze ermetiche e alchimiche. Poi, ve lo spiegherò sul posto.

Ermes raffigurato come un giovane, con il copricapo e il caduceo alati, al suo piede la tartaruga, di cui guscio costruì la lira che unisce la terra al cielo, alludendo all’episodio in cui Ermes che aveva rubato i buoi da Apollo. Far vibrare la lira avrebbe significato, far vibrare il mondo ed attraverso le nozze cosmiche far fecondare la terra dal cielo.

Atena al suo piede lo scudo lucidissimo con la spaventosa testa di Medusa, la Gorgone che pietrifica con lo sguardo, e la civetta, uno degli animali a lei sacri.

Sebbene fosse la divinità della guerra, Atena si dimostra sempre pacificatrice, personifica la saggezza e la prudenza, dea dell’intelligenza, che protegge le opere di pace, dell’agricoltura, dell’industria.

Le viene attribuita la invenzione dei numeri, dei carri, delle macchine, della navigazione, era inoltre protettrice dei tribunali.

Negli angoli a sinistra della volta, sono raffigurati gli oggetti attribuiti alle invenzioni di Ermes: i pesi, le misure, il commercio, l’alfabeto greco, la musica, il pugilato. Negli angoli di destra, le invenzioni di Atena: la matematica, la navigazione, il flauto, la filatura, la coltivazione dell’olivo.

Nei riquadri dei paesaggi con rovine antiche è riconoscibile il Serapeo di Villa Adriana, mentre un’immagine ritrae l’episodio di Odisseo con le sirene, fonte di desiderio di conoscenza.

Nei riquadri dei paesaggi con rovine antiche è riconoscibile il Serapeo di Villa Adriana, mentre un’immagine ritrae l’episodio di Odisseo con le sirene, fonte di desiderio di conoscenza.

IL TORRIONE: Costituisce il punto di forza della fortificazione militare, ma anche il punto più avanzato del pensiero filosofico, teso a captare la struttura e gli elementi dell’universo (macrocosmo), e il posto dell’uomo (microcosmo) nel cosmo.

Com’è noto, è dal mondo greco che proveniva questa ricerca dell’uomo dell’umanesimo, dalla geometria di Euclide, dai quattro elementi di Empedocle, da Pitagora che include nella forma geometrica del pentagono regolare il quinto elemento: “l’anima-respiro, il soffio vitale”, l’essenza dell’uomo.

La ricerca di Pitagora, stabilisce anche il concetto della proporzione aurea, l’ideale di ordine, armonia e proporzione tra l’uomo e il cosmo, regolati dai numeri e dalla geometria.

Il pentagono regolare è denso di simbologie mediate tra i pensieri di Pitagora e di Platone, che durò attraverso il medioevo, con una breve interruzione, fino nel cuore del Rinascimento, con i neo-platonici di Lorenzo il Magnifico, che diffusero l’idea di bellezza, amore, armonia (le note musicali).

Quanto riguarda la purificazione dell’anima, una questione fondamentale anche per i neoplatonici, per Pitagora ciò avveniva mediante la matematica e la geometria e la musica, perché l’essenza delle cose sta nei numeri e nei rapporti matematici.

LA STANZA DEL TORRIONE:
è ricavata nella punta del pentagono, che raccorda i due appartamenti, ed è la zona più intima e più lontana dagli ambienti pubblici e di rappresentanza.

L’ambiente fu celebrato dai contemporanei, come, sacro alle Muse e alle Arti, perciò la sua funzione poteva benissimo essere legata alla fruizione estetica e alle attività intellettuali.

E’ facile immaginare la Stanza del Torrione con i preziosi oggetti che notoriamente formarono la collezione del Gran cardinal Farnese, mentre è più probabile, che i libri, la biblioteca trovasse posto nella stanza del piano superiore nello stesso Torrione. (Mentre la terza stanza del Torrione che si trova al pianterreno, adibita a stanza da bagno del Gran cardinal Alessandro).

Possiamo dire, che la Stanza del Torrione con la attigua Stanza o Gabinetto dell’Ermatena, ovvero uno studiolo, costituisce una concentrazione delle attività intellettuali, nella punta della pianta pentagonale.

Come abbiamo detto, sotto la voce de Il torrione, proprio nella punta del pentagono, si convergono sia le forze dell’architettura militare, sia del pensiero filosofico teso a conoscere l’universo e dentro, l’uomo, sia i significati platonici del palazzo, voluti dal Gran cardinal Farnese.

Vi è in questa stanza, un profumo delicato, che mira a soddisfare il senso dell’olfatto: proviene dal soffitto a cassettoni in cedro del Libano, un legno leggero e resistente, tanto che il soffitto è ancora quello originale.

Il soffitto a cassettoni mostri delle analogie con alcuni soffitti del Palazzo Farnese di Roma, e che venne realizzato nel 1579 da “maestro Marco da Caprarola falegname”.

Il fregio dipinto sulla parete con paesaggi inquadrati agli angoli da unicorni araldici rampanti, è un’espressione artistica di tipo fiammingo, da attribuire forse ad Antonio Tempesta.

Seguendo il percorso, si torna indietro nel Gabinetto dell’Ermatena, da dove si apre un corridoio, molto speciale, in quanto la volta raffigura un pergolato identico a quello che dipinse Leonardo nel Castello Sforzesco a Milano. Un profuso uso dell’oro caratterizza la pittura. Anche le pareti del corridoio richiamano il colore dell’oro e vi sono raffigurate delle pietre preziose. Dove conduce di preciso questo corridoio? Ve lo svelerò sul posto.

LA STANZA DELLA PENITENZA: 1569-1571. A questo punto delle opere pittoriche, ci fu un cambio di mano, perché a Federico Zuccari subentrò un suo rivale, Jacopo Zanguidi detto il Bertoja. Fu lui ad affrescare questa stanza con i collaboratori, che apre la sequenza dell’appartamento d’inverno, le scene maggiori in un brulicare di insolite e fantasiose greche, stucchi dorati, ed emblemi Farnesiani.

Dopo la morte di Onofrio Panvinio (1568), il Gran Cardinal Farnese chiamò il cardinal Guglielmo Sirleto, specialista della storia della Chiesa, ad occuparsi dei programmi iconografici delle stanze d’inverno.

Il Gran Cardinal Farnese desiderò proseguire con il tema meditativo, iniziato nella Stanza della solitudine, dove i soggetti erano tratti dalla storia-mitologica. Nella Stanza della penitenza invece, che è speculare a quella della Solitudine, lo spirito meditativo richiama esclusivamente l’aspetto religioso.

Si poteva aspettarsi diversamente da un cardinale, per giunta, nipote diretto del Concilio di Trento?
Difatti, le raffigurazioni sono concepite secondo i criteri Tridentini, che esemplificano le virtù cristiane, come la contemplazione, la meditazione, la penitenza, il digiuno, la preghiera, la mortificazione della carne, attraverso le figure di eremiti, monaci, anacoreti.

Al centro della volta la Croce di Cristo con la corona di spine e sorretta da angeli, con il motto “Oh, legno beato sul quale Cristo ha sofferto il martirio” (tratto dal greco storico della Chiesa, Sozomenio).

Ecco quale spiegazione dà circa l’immagine della Croce, il cardinal Guglielmo Sirleto (ricordo, colui, che curò il programma iconografico della stanza): “…come quella che si han proposta tutti quelli che han fatto vita solitaria perché la vita monastica come eremitica non era altro che la professione di abnegare se stesso et portar la croce di Christo”.
La Redenzione Cristiana rappresentata dalla Croce di Cristo nella volta, costituiva il punto focale per i quattro santi raggruppati intorno, nei quattro grandi riquadri: San Paolo il primo eremita, Sant’Antonio abate, San Macario, San Pambone, accompagnati da motti.

L’altra serie di santi, rappresentati negli otto ovali minori, anche loro accompagnati da motti, vengono interpretati, come coloro i quali, che ribadiscono la dissociazione dell’anima dalla vita e dai beni mondani, anche dello stesso corpo, a beneficio dell’anima.

Quanto alla funzione della Stanza della Penitenza, alcuni storici dell’arte, come il Faldi (1962), suggeriva che l’ambiente fosse una Sala da pranzo, dove le immagini rappresentate dovevano esortare alla moderazione e alla frugalità.

Mentre altre fonti, (come Gombrich, 1972, in A. Witte: The artful Hermitage 2008) mettendo in relazione i soggetti rappresentati e lo stesso vano, menziona un ruolo tipo studiolo o una funzione di tipo religioso, per questa stanza.

Ricordo brevemente, che la rappresentazione principale della stanza, ovvero la Croce di Cristo come abbiamo visto, potrebbe benissimo esprimere la reinterpretazione della vocazione del martirio che aveva caratterizzato la Chiesa primitiva e che fu posta nuovamente come modello dalla Riforma cattolica.

Infine, viene ricordato, sempre da A. Witte nella stessa pubblicazione menzionata sopra, che il tema della Stanza della Penitenza verrà ripresa dal nipote del Gran Cardinal Farnese, Odoardo cardinale anche lui, per il Camerino degli Eremiti al Palazzo Farnese di Roma, dipinto da Annibale Carracci.

LA STANZA DEI GIUDIZI: 1569-1571. Dipinta dal Bertoja. Si pensa che in questa stanza il Gran cardinal Alessandro Farnese concedesse le udienze, per il fatto, che l’ambiente comunica con l’esterno, con i Giardini, e che permettesse l’affluenza delle persone senza recare disturbo nelle altre stanze del palazzo.

Ma, sono soprattutto le decorazioni a supportare quest’idea, perché connesse con la giustizia e la saggezza divine necessarie per governare. Al centro della volta il tradizionale Giudizio di Salomone.
Lo stemma Farnesiano può essere un chiaro motivo celebrativo della giustizia amministrata dai Farnese, nel pieno rispetto delle leggi di Dio.

LA SALA DEL MAPPAMONDO O DELLE SCOPERTE E DELLE ESPLORAZIONI: (1573-1575) Giovanni Antonio da Varese, detto il Vanosino. Giovanni de’ Vecchi. Raffaellino Motta da Regio. E’ uno straordinario salone di rappresentanza, celebre per le rappresentazioni astronomiche (nella volta) e geografiche (sulle pareti), che si distingue forse di più rispetto alle altre stanze, con l’uso profuso dell’oro nei dipinti.
Secondo la tradizione, si tratta dell’oro donato dall’imperatore Carlo V al papa Paolo III Farnese, il nonno del Gran cardinal Alessandro, proveniente dalle Americhe.

artinvistaguideviterbo.com Maddalena Marton Guida Turistica

Personalmente, mi piace immaginare il Gran cardinal Alessandro Farnese con i suoi consiglieri, davanti alle mappe riaggiornate alle nuove conoscenze acquisite con le esplorazioni e le scoperte del Nuovo Mondo, a tessere i fili delle tattiche da prendere per difesa contro i Turco, a studiare le vie del commercio, ad orientarsi nella diffusione della religione cattolica nel mondo.

Oltre le conoscenze astronomiche e geografiche, si scoprono vari significati religiosi, politici, filosofici, oltre che autocelebrativi nel salone, attraverso i dettali minori ma significativi, di una qualità di esecuzione che rendono la Sala del Mappamondo famoso a livello internazionale.

Il programma decorativo fu elaborato da Orazio Trigini de’ Marij, presentato al cardinale dall’amico Fulvio Orsini, che poteva aver collaborato con lui. Per le carte geografiche intervenne lo specialista in cartografia, Giovanni Antonino da Varese, detto il Vanosino, già autore della Cosmografia nella Terza Loggia Vaticana.

La volta rappresenta la mappa del cielo, con cinquantuno costellazioni e le figure mitologiche a loro associate, con una cura scientifica, con le linee di orientamento, proiezione dei cerchi della sfera celeste (equatore, eclittica, tropici e cloruri). Il cielo è proiettato sul solstizio d’inverno.
L’autore della mappa potrebbe essere stato Giovanni de’ Vecchi, anche se sappiamo con certezza che il Vanosino ne eseguì una analoga per Gregorio XIII in Vaticano.

Per i dipinti dei lunettoni delle pareti, che raccontano l’origine mitologica dei dodici segni zodiacali, si devono a Giovanni de’ Vecchi ed a Raffaellino da Reggio.

Le carte geografiche furono realizzate dal Vanosino, sulla base di fonti letterarire e cartografiche, come dicevo, del de’ Marij.

Sulla parete di fondo fu dipinto il planisfero, di bellissimo color azzurro che all’epoca doveva apparire di tonalità leggermente più scura, lascia vedere dei preziosi particolari, come per esempio, il passaggio delle caravelle tra l’Europa e le Americhe.

Sulle pareti lunghe vennero distribuite le quattro continenti noti all’epoca, mentre la parete opposto al Planisfero divisa dalla porta che conduce alla Stanza dell’Eco, è dedicata alle terre d’origine del cristianesimo e della Chiesa, Giudea e l’Italia.

Le mappe sono corredate da una scala in miglia, dipinta in oro, come il tracciato dei fiumi, delle coste.

Sappiamo, che nella Sala del Mappamondo fu accolto nel 1578 Gregorio XIII per un banchetto, e che lo stesso papa commissionò poco dopo la Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano, chissà, per la meraviglia vissuta a Caprarola? Non è da escludere, anche se, forse nessun documento potrà mai svelarlo.

L’ANTICAMERA DEGLI ANGELI: 1572-1575. Si potrebbe chiamare quest’ambiente anche la Stanza dell’eco, se volessimo dare più peso all’aspetto divertente, invece del tema proposto negli affreschi, che è il trionfo del bene sul male.
Sì, perché, esiste un curioso effetto d’eco che si crea in punti precisi nella stanza, che aveva lo scopo di stupire gli ospiti. Non si ha però nessun documento che ci dica l’uso preciso al quale fu adibito l’Anticamera degli angeli.

I protagonisti della stanza sono gli angeli che vengono rappresentati in quanto strumenti della potenza e della giustizia di Dio.

La volta sfonda, attraverso la pittura illusionistica del Bertoja, verso il cielo, dove viene rappresentato l’episodio della Caduta degli angeli ribelli, in una scena apocalittica che si svolge in mezzo alle nuvole.
E’ questa la scena principale che costituisce il filo conduttore delle rappresentazioni della stanza, con il significato del trionfo del bene sul male.

Su una delle nuvole il Bertoja lasciò la sua firma, in forma di autoritratto: il suo sguardo fissa l’osservatore, gli orecchi come quelli di un asino. Perché questo curioso modo di auto-raffigurarsi?

Il Bertoja invia un messaggio chiaro, di risposta, al suo rivale, il pittore Federico Zuccari che venne licenziato nell’estate del 1569 dal Gran Cardinale e al suo posto assunse il Bertoja. Federico, nella sua ira e nel suo sentimento di essere incompreso, disegnò e poi dipinse e diede alla stampa, l’antica storia di Calunnia di Apelle, (v. www.catalogo.beniculturali.it Calunnia di Apelle, Federico Zuccari ca. 1557, stampa), in cui il protagonista fu ingiustamente calunniato da calunniatori, presso il re egiziano Tolomeo. Federico Zuccari in realtà si rivolse al Farnese nella sua opera, che invece prese in ridere, come scrive la storica dell’arte Luchinat, nei suoi volumi, Taddeo e Federico Zuccari, il fratelli pittori del Cinquecento.

Negli episodi dipinti sulle pareti e nei lunettoni, vengono tratti dal Vecchio Testamento, dove gli angeli annunciano o eseguono la volontà di Dio che considera in modo benevolo i giusti, in modo sdegnoso gli empi.

Questo programma iconografico si addice ai nuovi dettami Tridentini, i cui promotore, ricordiamo di nuovo, era il nonno del Gran cardinal Alessandro Farnese, papa Paolo III.

Come dire, le dottrine e i concetti spirituali della Chiesa cattolica tridentina trionfano, nella delicata questione religiosa del secolo XVI contro i protestanti che invece affermavano la dottrina della giustificazione per fede.

In questo senso il contenuto dell’Anticamera degli Angeli si riaggancia all’Anticamera del Concilio di Trento, dedicata al papa Paolo III dove venivano celebrati i trionfi della Chiesa, sul piano politico e temporale.

I pittori che realizzarono gli affreschi erano: Jacopo Zanguidi detto il Bertoja (volta e lunettoni). Giovanni de’ Vecchi con la collaborazione di Raffaellino Motta da Regio completarono, quanto lasciò il Bertoja alla sua morte.

LA CAMERA DEI SOGNI: Jacopo Zanguidi detto il Bertoja. 1569-1571. Addormentarsi nella camera da letto invernale del Gran Cardinal Farnese, è una esperienza che non potremo mai fare, osservare come la luce illuminasse il brulicare degli esseri fantasiosi dell’ovale della volta. Il bellissimo fregio a monocromo che circonda l’ovale centrale, i colori cangianti dalle tinte pastello, l’eleganza delle figure in movimento, aumenta il pregio delle opere di affresco della stanza.

Il disegno molto simile a quella dell’altra camera da letto, estiva (dell’Aurora), speculare a quest’ambiente, tuttavia i soggetti, ugualmente relativi al sonno e ai sogni, qui sono tratti dalle sacre scritture, anziché dalla mitologia classica.

Così, come avvenne per i soggetti rappresentati in tutto l’appartamento d’inverno, tratti dall’Antico Testamento, conformemente con il carattere controriformato delle raffigurazioni, tutte a soggetti biblici.

Chissà, se la scena principale del Sogno di Giacobbe nella volta, poteva voler alludere alla benedizione di Dio sui Farnese e sui loro discendenti? Difatti, dopo il nonno, il Gran Cardinal Farnese non cessava di portare avanti le opere a Roma, e di commissionarne delle nuove.

Alcune delle scene rappresentate raccontano dei sogni, altre degli episodi avvenuti durante il sonno dei personaggi, a volte i sogni si rivelano premonitori, altre volte richiedono l’intervento di interpreti. Le scene sembrano focalizzarsi sull’educazione morale.

Apro una parentesi, che non ha nulla a che vedere con l’arte, ma come si sa, a noi guide vengono spesso poste delle domande, molto pratiche che riguardano la vita quotidiana che si svolse al palazzo. Ecco una delle domande più ricorrenti: Dove si trovava il gabinetto del Gran cardinal Farnese? Lo dico qui, anche se la domanda viene pronunciata di solito nel Gabinetto dell’Ermatena. Perché proprio da questa camera si apre uno “stantiolino” per la seggetta, che consentiva al cardinale di appartarsi in privato per i bisogni fisici.

Curiosamente, “lo stantiolino” ha il cassettonato ligneo a forma di labirinto che replica in formato ridotto un soffitto del Palazzo Ducale di Mantova.

Curiosamente, “lo stantiolino” ha il cassettonato ligneo a forma di labirinto che replica in formato ridotto un soffitto del Palazzo Ducale di Mantova.

Fonti utilizzate per la scheda: Il Palazzo Farnese, testo del Mibact su Docplayer. Italo Faldi, Il palazzo Farnese di Caprarola. La Sala del Mappamondo, Biblioteca e società. Passini, Caprarola. E tante altre pubblicazioni lette nel corso di quindici anni di attività di Guida Turistica.