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SAN MARTINO AL CIMINO

 La visita guidata del piccolo borgo di San Martino al Cimino non prende molto tempo, vale la pena di farci un salto, è vicinissimo a Viterbo. 

San Martino al Cimino

San Martino al Cimino. Impianto urbanistico.

Il borgo di San Martino al Cimino è frutto di un piano urbanistico sorprendente per l’epoca, realizzato dopo il 1645, che conserva al suo interno la chiesa ciscertense e parti dell’abbazia, quest’ultima fiorente sopratutto nella prima metà del sec. XIII. Il borgo è dominato dalla chiesa su cui facciata spiccano i due torri angolari (1651-1654) ed il disegno di pietra della vetrata, presentando due correnti del gotico: quella normanna e quella cistercense. La chiesa conserva nelle sue ornamentazioni lo spirito semplificante dell’ordine benedettino. All’interno da notare l’effetto luce particolare.

L’abbazia esistente già a metà del sec. XI fu affidato da Papa Innocenzo III alla casa madre di Pontigny nel 1207, ma per la metà del sec. XIV era pressochè in abbandono. Dopo alterne vicende, nel 1564 i monaci cistercensi lasciarono l’abbazia cui proprietà passò al Capitolo Vaticano (Pio IV). Il 1645 era l’anno della rinascita per questo luogo. Papa Innocenzo X (Giambattista Pamphili 1574-1655) restituì alla chiesa il titolo abbaziale rendendola indipendente dall’autorità episcopale e donò la „terra di S. Martino” a sua cognata, donna Olimpia Maidalchini (Viterbo 1594-San Martino al Cimino 1657) che eresse San Martino a principato. Donna Olympia Maidalchini Pamphilij trasformò radicalmente il tessuto urbano di questo paese, commissionandone il progetto a famosi architetti tra i quali l’architetto militare Marcantonio dè Rossi e il Borromini, e fece costruire il suo palazzo principesco sulle strutture dell’antica abbazia.

I costruttori del palazzo di corte furono gli stessi che poi acquistarono le case a riscatto, costruite mano a mano attorno ad esso: si tratta dei primi esempi di costruzione pianificata. Le casette numerate, addossate le une alle altre, con il loro giardinetto, ospitavano i sudditi all’interno del borgo che era dotato di tutto quanto necessitasse (spacci, osterie, divertimenti organizzati, nell’antica struttura dell’abbazia donna Olimpia creò anche un teatro). La realizzazione di ulteriori progetti svanì con la morte di Innocenzo X (1655), il processo di sviluppo del borgo si bloccò e nel 1657 morì anche Donna Olympia (lapide nel pavimento del coro della chiesa).

La Sala Capitolare (visita su prenotazione) detta anche „Camera del Trebbio”, dal 1905 sede della Venerabile Confraternita del SS. Sacramento e S. Rosario, fu ristrutturata nel XVI-XVII secolo e decorata con stucchi e affreschi in parte da pittori manieristi attribuiti alla scuola di Taddeo Zuccari, in parte dai pittori Leonardo Santi e Giovan Battista Magni nel 1652, restaurati nel 1980. Di grande pregio il pavimento di scuola borrominiana.

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