VITERBO, NON SOLO ARCHIETTURA MEDIOEVALE – La tavola del Salvator Mundi attribuita a Liberale da Verona nella cattedrale di San Lorenzo a Viterbo

Sebbene Viterbo sia famosa soprattutto per la sua architettura medioevale, ciò non toglie che nelle sue chiese, edifici ecclesiastici e civili serba delle opere ammirevoli della pittura italiana. Tra queste la pala d’altare del Salvator Mundi attribuito recentemente a Liberale da Verona, nella cattedrale di San Lorenzo a Viterbo.

Entrando nella cattedrale di Viterbo, – dove domina lo sfondo della pietra lavica locale -, tra le colonne dai capitelli ispirati sull’immaginario etrusco e sul bestiario medioevale, lo sguardo viene attratto da una tavola dai colori vividi e dalle sfumature cangianti, posta nella navata sinistra. Quest’opera, di solito, non sfugge nemmeno all’attenzione dei miei gruppi e quando mi chiedono di andarla a vedere da più vicino, pronunciano subito il nome del Mantegna, cercando di indovinarne l’autore. Hanno ragione nel vedere l’influenza del pittore formatosi nella bottega padovana dello Squarcione, tuttavia, questa pala d’altare si distingue prima di tutti, per una minuziosità ammirevole che tradisce la mano di un altro artista.  Abbiamo a che fare con un’opera pittorica che sicuramente estranea alle correnti artistiche dominanti nel territorio del viterbese. Sulla paternità e sulla committenza del dipinto si susseguirono delle supposizioni per un secolo intero, a dare delle idee chiare e convincenti circa quest’opera ammirevole della seconda metà del ‘400 è uno storico dell’arte, Fabrizio Biferali nel 2002. I dati e riferimenti che appaiono in quest’articolo, sono presi dal suo splendido studio. Vediamo intanto il dipinto!

Duomo di Viterbo, Salvator Mundi di Liberale da Verona

Liberale da Verona, Salvator Mundi Salvanos, Cattedrale di San Lorenzo, Viterbo

 

La grande pala (275×180 cm) raffigura Cristo benedicente, quattro santi alle sue spalle (S. Giovanni evangelista, S. Giovanni battista, S. Leonardo, S. Domenico di Guzmán), e il busto del committente a mani giunte, di profilo. Il Redentore dalla veste di un bianco purissimo è su un podio circolare sul quale è leggibile la scritta in lettere capitali: “SALVATOR MUNDI SALVA NOS MCCCCLXXII”.

1472 è considerata la data di realizzazione della tavola che ha a che fare con la città di Viterbo attraverso il suo committente, il vescovo Pietro di Francesco Gennari, in carica a Viterbo tra il 1460 e il 1472. Il Salvator Mundi commissionato e patrocinato dal vescovo Gennari è considerato un capolavoro, insieme pittorico e di contenuto che lega insieme in modo prezioso iconografia, riferimenti storici e religiosi della seconda metà della Viterbo del ‘400. Un periodo in cui, durante il pontificato di papa Pio II (1405-1464) prima e di papa Sisto IV (1414-1484) poi, Viterbo divenne capitale culturale alternativa a Roma per la seconda volta nella sua storia.

I vari particolari, stilistiche, iconografiche e di contenuto storico-religioso della tavola rendono molto interessante la presentazione di quest’opera. A seguito trovate un riassunto un pochino “secco” e non integrale che potete invece ascoltare, se così vorrete, durante le nostre visite guidate. Chiamateci direttamente, a guide turistiche abilitate per Viterbo e la sua Provincia al 328 4248738 oppure inviateci un’email a info@artinvistaguideviterbo.com  

 Influenze stilistiche:

Dal punto di vista stilistico si riscontra a prima vista l’influenza del Mantegna sull’autore del dipinto, sono inoltre riconoscibili le influenze desunte dalla pittura e dalla scultura senese del periodo da intendere prima della data MCCCCLXXII che appare sulla pala (la data dell’esecuzione o della commissione). Inoltre, l’opera è contraddistinta da una minuziosità che fa pensare al lavoro dei miniatori dei graduali e codici.

 Chi era l’autore del dipinto?

Su questo punto si susseguirono supposizioni per un secolo, e si susseguono ancor oggi. Qualcuno attribuisce l’esecuzione pittorica a quattro mani, a Liberale da Verona e a Girolamo da Cremona. Una risposta, tanto esauriente quanto convincente, viene data dallo stesso storico dell’arte, Fabrizio Biferali, che individua la mano dell’artista nella persona di Liberale da Verona, miniatore che eseguì delle stupende pagine miniate* per Francesco Todeschini Piccolomini, nipote di papa Pio II. Liberale da Verona si recò probabilmente a Viterbo, tra il 1471 e il 1472 lasciando Siena, proprio per realizzare nella nostra città il Salvator Mundi. Per quale importante committente Liberale da Verona si allontana in quel periodo da Siena?

Il commitente del Salvator Mundi:

Il prelato Pietro di Francesco Gennari fu nominato vescovo da papa Pio II Piccolomini, su forti pressioni della popolazione di Viterbo, dalla quale Gennari era ben voluto per il suo comportamento caritatevole verso i più deboli, ma non solo. Gennari si rivelò un abile diplomatico quando, nel 1456 condusse un’ambasceria presso papa Callisto III e ottenne la cancellazione di ammende ingenti (30.000 ducati) a favore degli abitanti di Viterbo. In seguito ebbe grandi benemerenze sia a Roma sia a Viterbo, divenendo influente sempre più, dal punto di vista politico e religioso, legato alla figura del papa Pio II Piccolomini. Il Gennari fu oltretutto un uomo di grande cultura, scelto da papa Eugenio IV per l’insegnamento presso le scuole istituite per il clero a Viterbo.

Il vescovo viene ritratto sul dipinto anziano, poco prima di morire, di profilo, – com’era di consuetudine a partire dalla ritrattistica romana in poi.

La formazione artistica di Liberale da Verona:

Liberale da Bonfanti, detto Liberale da Verona (1445 c.a. – 1527 c.a.) fece i suoi primi passi d’artista assorbendo le tendenze tardo-gotiche di artisti attivi a Verona, come Pisanello o Michele Giambono. Più tardi nei centri come Padova e Ferrara, crebbe artisticamente a contatto con le opere di Donatello, Mantegna e Cosmè Tura.

 Il restauro del dipinto:

Nel 2007 sono stati ultimati i lavori di restauro che hanno salvato il Salvator Mundi di Liberale da Verona dal degrado, grazie al recupero avendo recuperato il sollevamento della pellicola pittorica. L’intervento è stato finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, diretto dalla Dott.ssa Rossella Vodret, mentre l’esecuzione dei lavori è stato affidato a due esperti – i cui nomi non vengono riportati nella stampa ufficiale di Viterbo – coordinati da Rosalba Cantone.

 

*Si tratta delle pagine miniate dei graduali A I Post Pentecostes e A Dominica Septuagesime conservate presso la Libreria Piccolomini nel Duomo senese, realizzate attorno al 1470, con delle caratteristiche in parte desunte dalla pittura e dalla scultura senese di quel tempo, come scrive Fabrizio Biferali, di Francesco di Giorgio, il Vecchietta, il Federighi e con riferimenti alla pittura ferrarese – del Tura, Cossa, Mantegna.

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